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Per molto tempo si è ritenuto che mangiar bene fosse privilegio di pochi, di re, regine e principi. Che solo i nobili, in qualche modo, potessero godere dei sapori e delle ricette della tradizione. Vero ma incompleto. Sulle tavole del nostro contado fin dall’antichità si preparavano autentici gioielli di famiglia. Con il trascorrere degli anni, con il mutare delle generazioni, con il diventare principi degli eredi di quei fattori, quelle prelibatezze sorte dai frutti della terra, dal loro abbinamento curato e certosino, come si usa fare con le gemme ed i brillanti, hanno assunto la figura di autentici pilastri della cucina italiana. Molti però spacciano per eguali alle antiche, ricette e tradizioni che tali non sono. E’ nelle pieghe della storia che occorre scovarle, riproporle, esaltarle. E’ cercando in tali pieghe che esse riemergono. Quella che sto per raccontarvi è la storia della “raviora del plin” di Casa Colombo, di cui ho contezza certa a partire dall’anno 1850, fissato nell’opera somma della realizzatrice di allora, la nonna di mia mamma Sandrina.

Trova natali in un piccolo paese in provincia di Cuneo, Levice, la mia terra d’origine. Qui, la mia trisavola, ringraziava il buon Dio per la famiglia felice ed operosa che la attorniava celebrando i momenti topici della sua vita con una succulenta preparazione. Aveva il nome di “raviora del plin”. Si trattava di una danza di gusti autentici ereditata dagli antenati e dunque chissà da quanto tempo interpretata.

E che danza! Culinaria, s’intende, concentrata sulla preparazione artigianale e manuale del prodotto autentico per antonomasia. Sì, quello che non è il lontano parente dei tanto inflazionati agnolotti del plin, ma è proprio il capofamiglia, unico e imperdibile. L’antica ballata vedeva l’appassionata artigiana impegnata ad impastare, per ore, farina e uova, a “tirare” con dovizia di causa l’impasto ottenuto, quindi a piegarlo e pizzicarlo per dare alla raviora l’aspetto tipico del “plin”. Che profumi odoravano i figli ed i nipoti quando, stanchi per la giornata di lavoro nei campi, o finalmente rilassati per il giorno di pausa che stavano per vivere, si apprestavano a sedersi a tavola. Un profumo che entrava nelle loro narici e ne accompagnava i sogni culinari fino all’evento successivo. Lo stesso che ho provato io, bambino, rapito dalla costruzione di quello che ho sempre considerato una perla di abilità contadina. Ogni singola raviora aveva, in qualche modo, una storia a sé. Non era mai uguale alla precedente nè alla successiva. Riempiva il palato. La figlia di Maria diventò la depositaria del segreto, così i nipoti. Ed ancora i loro discendenti. Oggi, a Levice, la mia famiglia continua a preparare la “raviora del plin” nello stesso identico modo. Gli stessi ripieni, di borragine, di coste, di spinaci. Gli stessi quantitativi, gli stessi rituali. La stessa delizia. Lo stesso amore di ieri trasposto nell’odierno operare.

Gustando una “raviora del plin” di casa Colombo vi renderete conto che fino a ieri, anche se esaltati da coloro che ve li hanno proposti e senza ombra di dubbio deliziosi, avete gustato altro.
La raviora del plin di casa Colombo è assolutamente unica, irraggiungibile se non si seguono alla lettera i dettami per renderla viva e reale. Per qualità, prodotto utilizzato per la realizzazione, finezza della pasta usata, passione di chi oggi ne ha ereditato la ricetta tutelandola come si fa con le cose care e rare. Potete tuffarvi nella storia anche voi, con un semplice assaggio. Vorrete, a quel punto, scoprire tutto di quegli antichi maestri che producevano gioielli pregiati della cucina delle Langhe senza saperlo. Con essi si volevano bene nelle occasioni importanti e si trattavano come autentici re, regine, principi e nobili.
L’antica ricetta è oggi fedelmente riprodotta dall’abilità manuale di mia mamma, Sandrina. Io mi sono ripromesso di farla diventare, da patrimonio di pochi eletti qual’era, gioiello di molti. Lo farò nella mia veste professionale di editore che, con una serie di opuscoli, realizzazioni che prendono forma dallo stesso amore secolare per quella chicca culinaria di cui ho sentito i profumi fin da bambino, intende insegnare al pubblico i segreti di famiglia.
Ogni opuscolo sarà aperto dalla storia della “Raviora del Plin”. Ad essa seguirà tutta la documentazione fotografica dei diversi passaggi per realizzare il prodotto, supportata dalle spiegazioni del caso. Proseguirà quindi con una serie di ricette, prevalentemente improntate sul risultato dei miei studi di settore scaturiti dalla voglia di abbinare alla ricetta del 1850 nuovi ripieni e dolci fragranze. E’ anche un modo, il mio, per riportare in vita la trisnonna e i suoi discendenti, per dare agli altri un po’ di quella semplicità e pragmaticità contadina che viveva creando, per non sprecare nulla e in qualche modo coccolarsi e coccolare.
Per voi sarà un’occasione unica per imparare ad impastare e creare gioielli. Saranno senza tempo e ne vorrete altri, altri ancora. Rimarrete estasiati dal loro gusto e dalla loro forma. Ebbene sì, anche l’aspetto estetico ha sempre rappresentato un punto cardinale della storia della “raviora del plin” di casa Colombo!




 
 

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